L' arte della memoria

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VIDEO – GLI EROI VENUTI DAL MARE

Ultima newsletter d’arte prima della pausa estiva,  siamo felici di proporvi il video di Sara Millozzi sui Bronzi di Riace.
Ricordate? Era la nostra prima lezione, poco più di un anno fa … siamo certi che vi susciterà le stesse emozioni…
A presto e buona visione!

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NEWSLETTER D’ARTE – 12 – L’ABITO DI ELEONORA DA TOLEDO E IL POTERE DELLE IMMAGINI

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Vederla camminare altera e distante tra le sale dei suoi palazzi, nel frusciante movimento delle vesti di broccato, mentre si rivolge in una lingua straniera ai suoi cortigiani, non doveva piacere molto agli orgogliosi Fiorentini. Nonostante la sua avvenenza, eleganza e capacità di governo non fu mai amata dai suoi sudditi che mal sopportavano il suo austero contegno che, durante le uscite nelle vie di Firenze, serrata all’interno della sua carrozza foderata di velluto verde, non le permetteva di rivolgere un segno o un saluto.
Eleonora da Toledo era bellissima, intelligente, molto ricca e figlia di un uomo molto potente: Don Pedro Álvarez da Toledo, nominato viceré di Napoli dall’imperatore Carlo V. Sposò Cosimo de’ Medici per procura, a soli diciassette anni e dovette lasciare la sfarzosa corte di Napoli per Firenze. Si racconta che suo marito, che ne era molto innamorato, aveva alta stima del suo giudizio e che ogni decisione politica non venisse presa senza prima averla consultata. Oltre che colta e capace, fu madre affettuosa di numerosi figli da cui, raccontano le curiose note degli ambasciatori veneziani, non si separava neanche a tavola, suscitando lo scandalo della corte.
Abile amministratrice del proprio patrimonio, contribuì in modo significativo ad aumentare il prestigio e la ricchezza del Ducato di Toscana creando intorno a sé e alla propria corte un raffinato clima artistico e culturale. Al suo servizio lavorarono non solo i più grandi pittori e argentieri di Firenze, ma anche un esercito di sarti, ricamatori e tessitori. Di questi ultimi le carte ci hanno tramandato i nomi e i lauti stipendi, equiparabili a quelli dei più celebri artisti di corte. Eleonora era infatti molto attenta alla qualità dei tessuti, al punto da istituire nel suo palazzo un laboratorio di tessitura specializzato con a capo una donna, Madonna Francesca di Donato che, forse per timore che le sue creazioni venissero copiate, aveva l’abitudine di dormire accanto ai suoi due telai. Le anonime botteghe medioevali si trasformano così in laboratori prestigiosi guidati dall’estro creativo dei maestri artigiani che cominciano a riscattarsi dal loro ruolo di meri esecutori.
Alcuni degli abiti e tessuti usciti dalle mani di donna Francesca e Mastro Agostino da Gubbio, sarto di corte, sono arrivati presso le corti d’Europa diffondendo il gusto e lo “stile Eleonora” oltre i confini del ducato fiorentino e, a giudicare dalle sfilate di alta moda dei nostri tempi, oltre i confini del suo tempo.
A sinistra, sfilata Cruise Gucci 2018

A sinistra, sfilata Cruise Gucci 2018

Nel 1545 Agnolo Bronzino, pittore di corte, ritrasse Eleonora e suo figlio Giovanni: lei seduta, il bambino accanto, dietro di loro un fondo piatto blu oltremare nel quale s’intravede, sulla destra, un paesaggio, delicata allusione ai vasti possedimenti della famiglia Medici. Ma il vero protagonista del quadro è indubbiamente l’abito indossato da Eleonora, accanto al quale persino i volti di porcellana sembrano arretrare.
Il pittore sceglie per il dipinto un taglio di tre quarti, che consente alla preziosa veste di occupare buona parte della superficie, e rappresenta l’abito con una meticolosità quasi ossessiva: ogni singolo dettaglio è dipinto con quel nitore minerale tipico del suo stile di corte. L’effetto della luce sul tessuto, i colori, il ripetersi dei motivi decorativi, hanno un effetto quasi ipnotico.
L’abito fu disegnato da Antonio Bachiacca, pittore e artista di corte, e realizzato in seta bianca intessuta di fili d’argento su cui si stagliano motivi decorativi in velluto nero controtagliato e broccato intessuto di fili d’oro. La camarra, la lunga veste esterna, ha un corpetto liscio e rigido, secondo la moda spagnola; le maniche, elementi importantissimi del vestiario cinquecentesco, sono legate al corpetto attraverso cordoncini e bottoni dorati e, tagliate lungo il braccio, lasciano intravedere la camicia che esce dagli sbuffi.
La scollatura quadrata, detta “alla spagnola”, è ricoperta in parte da una reticella d’oro che richiama quella che copre i capelli. Entrambe impreziosite con piccole perle, gioielli prediletti da Eleonora, le reticelle furono appositamente realizzate, naturalmente, da una “tessitora spagnola”. I motivi decorativi del tessuto alternano arabeschi in stile moresco e melagrane, motivo quest’ultimo mutuato dalla decorazione arabo-persiana che rimandava al concetto di fertilità e abbondanza. Eleonora fu sposa straordinariamente feconda: all’epoca del ritratto aveva già avuto quattro figli e al termine della sua vita avrà avuto undici gravidanze. Ma la melagrana richiama anche le origini spagnole della duchessa: essa è infatti parte dell’emblema di Isabella di Castiglia.

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Gli studiosi hanno cercato a lungo tra le carte d’archivio e gli inventari su cui sono annotate minuziosamente tutte le spese relative all’acquisto di stoffe e materiali destinati dell’ampio guardaroba di Eleonora e della sua famiglia, ma di questo abito non si è trovata traccia.
L’ipotesi più plausibile è che Eleonora non abbia mai posseduto l’abito con cui è passata alla storia e che il Bronzino lo abbia immaginato partendo da un campione di tessuto, uno dei migliori tessuti prodotti a Firenze. Dunque, attraverso la straordinaria mano del suo pittore, Eleonora diventa una testimonial ante litteram della moda italiana, dell’eccellenza della manifattura fiorentina il cui ricordo riempie ancora le strade di Firenze con i molti toponimi dedicati agli artigiani dei tessuti. Ma il suo abito è anche testimonianza di come il proverbiale e inconfondibile stile italiano, quello stesso che ci ha reso unici in tutto il mondo, sia nato dall’intreccio di culture diverse.

Grazie per l’attenzione e a presto, alla prossima newsletter !

 

 

NEWSLETTER D’ARTE – 11 – STRUTTURE DI PRODUZIONE, O DEL BAUHAUS MONASTICO

Tipico complesso abbaziale

Tipico complesso abbaziale

 

Gli edifici costruiti in funzione delle attività lavorative costituiscono un’ampia sezione dell’architettura medievale, e ricorrono sia nell’architettura civile sia in quella religiosa, in qualche modo ponendosi come un ponte tra queste due sfere.
Si deve prima di tutto all’ordine fondato da S. Benedetto l’aver nobilitato, con il motto ora et labora, anche le attività manuali e l’aver scandito, con precisione e cura, quali momenti della giornata riservare alla preghiera e alla contemplazione e quali al lavoro. Così il frate benedettino prega e coltiva l’orto, cucina per i confratelli, recita la compieta e prepara erbe medicinali.
Tuttavia la vera rivoluzione nell’organizzazione del lavoro monastico è più tarda, si deve ai monaci cistercensi e avviene a cavallo dei secoli 12° e 13°. I Cistercensi, figli prima della casa madre di Citeaux (Cistercium) e poi dell’abbazia di Clairvaux, disseminatisi in tutta Europa, associano a questa rivoluzione una modularità e una razionalità di progettazione dei luoghi della preghiera e del lavoro che è stata accostata con qualche ragione al novecentesco Bauhaus.
I Cistercensi si insediano in luoghi isolati, erigono chiese che sono tutte sovrapponibili nella pianta, nei materiali e nell’assenza di decorazioni che non siano la luce e i suoi mistici percorsi o le figure geometriche regolari. Una nudità banalmente scambiata per semplicità, ma che rappresenta invece la più alta espressione del puro pensiero, fondamento ideale di quel gotico essenziale nel suo rigore che secondo alcuni è il segno tangibile dell’estetica di S. Bernardo. Ogni nuova abbazia dà vita a una serie di abbazie figlie che a loro volta si riproducono in una catena fertile di strutture architettoniche tutte simili a se stesse.

 

Abbazia di Fossanova

Abbazia di Fossanova

 

I monaci, fuori dalle ore di contemplazione, sono attivissimi nei “deserti” che hanno scelto di abitare: disboscano, irrigano, coltivano, raccolgono, immagazzinano, trasformano prodotti agricoli, allevano animali: insieme a loro una quantità di conversi e inservienti laici (spesso salariati e accompagnati dalle famiglie) contribuisce alla buona riuscita del lavoro, trasformando la maggior parte delle abbazie in vere e proprie aziende agricole.

 

Abbazia di Chiaravalle di Fiastra, grotte di immagazzinamento

Abbazia di Chiaravalle di Fiastra, grotte di immagazzinamento

 

Uno degli aspetti peculiari delle abbazie dell’Ordine è la presenza – al massimo a un giorno di cammino di distanza dall’abbazia – delle strutture agricole di pertinenza: una grangia, ed eventualmente attorno altre costruzioni, magazzini per i prodotti della terra, ricoveri per animali, pascoli o abitazioni per i lavoratori che talvolta potevano essere ospitati nel piano superiore della grangia stessa. I Cistercensi gestiscono il territorio nel vero senso della parola, modificando radicalmente il paesaggio che abitano, ampliando le superfici coltivabili, introducendo nuove colture, creando posti di lavoro e inventando nei fatti quel “cantiere-scuola” dei mestieri che permette alle popolazioni locali di imparare a coltivare la terra ma anche ad allevare gli animali, a lavorare il legno, il ferro, il cuoio, a costruire murature di difesa ed edifici e, infine, a commercializzare il prodotto finito. A ogni attività i Cistercensi assegnano una tipologia di costruzione, alla cui erezione è dedicata la medesima cura che alla chiesa abbaziale, ed è in questo che si comprende come vita attiva e vita contemplativa avessero davvero la stessa dignità agli occhi dei monaci. Costruzioni modulari per le chiese e per gli annessi abbaziali, edifici per il lavoro molto ben riconoscibili: i Cistercensi pre-fabbricano i loro insediamenti, in un moltiplicarsi di luoghi che è innanzitutto la replica di un pensiero estetico-architettonico, che si declina nella varietà delle soluzioni, adattate di volta in volta a luoghi diversi.

 

Grangia dell'Abbazia di Ter Doest (interno)

Grangia dell’Abbazia di Ter Doest (interno)

Grangia dell'Abbazia di Ter Doest (esterno)

Grangia dell’Abbazia di Ter Doest (esterno)

 

Le grange cistercensi – di cui qualche traccia resta anche in Italia, per esempio a Fossanova – sorgevano su terreni che potevano essere i possedimenti iniziali di un’abbazia oppure il frutto di donazioni successive, che permettevano l’ampliarsi dell’area dell’insediamento primitivo. Esse sono delle strutture per il lavoro utilizzate dai monaci in modo sistematico in ogni insediamento: il nome viene dalla loro prima e antica funzione di granai, ma il vocabolo è stato poi usato in modo estensivo per indicare tutto il complesso di edifici “agricoli” di pertinenza di un’abbazia, vere cittadelle satellite con un’organizzazione specialistica e perfino gerarchizzata del lavoro, cardine dell’economia agraria del Basso Medioevo, nonché scuola di numerose maestranze all’opera nei cantieri architettonici esterni alle abbazie.
Grazie per l’attenzione e a presto, alla prossima newsletter !

Video di Letizia Papini – Luci di un notturno

La storica dell’arte Letizia Papini ci ha cortesemente permesso di pubblicare nel canale YouTube dell’Associazione questo suo breve e intenso contributo sulla Liberazione di San Pietro, capolavoro di luce (e ombra) di Raffaello, per continuare a pensare a lui in questo strano anniversario …
Fa parte, come altri contributi che vi abbiamo già inviato, del progetto “La lentezza della luce” dello Studio Campo Boario.
Grazie per l’attenzione.

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NEWSLETTER D’ARTE – 10 – Il progetto è vostro, se vi pare

In un caldo giugno del 1934 – mentre il paese è concentrato sui mondiali di calcio che ospita e che lo vedrà campione per la prima volta – arriva a Roma Le Corbusier. L’architetto svizzero ritorna in Italia, dopo le esplorazioni giovanili, compiendo un lungo viaggio non solo per studiare l’architettura e il territorio italiano, ma soprattutto per intessere nuove e proficue relazioni professionali. La tappa più importante si trova proprio nella capitale: con l’occasione di allestire una mostra con i suoi progetti e tenere due conferenze, ha in animo, tramite l’intercessione di Bottai, di incontrare Mussolini per ottenere la progettazione della nuova città di Pontinia.
Aspettando il fatidico incontro a Palazzo Venezia che non si terrà mai, Le Corbusier ha modo di visitare la città ed elaborare progetti per lo sviluppo della periferia a Nord o per la costruzione del Palazzo del Littorio dietro la basilica di Massenzio, quest’ultimo riprendendo le richieste del celebre concorso in atto. Tutte le proposte saranno respinte. E la candidatura di uno degli architetti più significativi del modernismo internazionale viene vista se non con imbarazzo, almeno con sospetto. Le città di fondazione – di cui Sabaudia rappresenta l’esempio più riuscito per la sua tangenza a modelli europei e il bilanciato disegno degli spazi urbani – devono evidentemente rimanere una questione nazionale.
Le Corbusier a Piazza San Pietro, 1934

Le Corbusier a Piazza San Pietro, 1934

 

La permanenza a Roma per quasi due settimane è frutto quindi di una forte motivazione che spinge Le Corbusier a sfruttare, senza successo, l’occasione di contribuire allo sviluppo della cultura urbanistica italiana. Non deve stupire questo atteggiamento se si considera la continua ossessione, da parte del celebre architetto, di elaborare un modello urbano ripetibile all’infinito. Un’esplosione esponenziale che si concretizza laddove è possibile agire; dove è presente non solo una committenza attenta e coraggiosa, ma semplicemente disposta ad accogliere le proposte progettuali. Per questa ragione la discriminante ideologica è una variabile irrilevante: oltre al regime fascista di Mussolini, Le Corbusier ricerca contatti con la Russia sovietica di Stalin, con la Francia collaborazionista di Pétain o con la Francia democratica di De Gaulle.

In effetti l’esito negativo di alcune committenze ben chiarisce la natura a-ideologica di questi lavori: il piano di Algeri rappresenta l’antitesi della visione ottocentesca di Pétain, mentre il palazzo dei Soviet non può soddisfare l’esigenza celebrativa che il regime richiede al suo monumento più importante. Con la fine della seconda guerra mondiale la necessità di ricostruire interi quartieri sarà il terreno fertile su cui realizzare la propria visione di città: grazie a Raoul Dautry le Unitè d’Habitation diventeranno realtà. E la crescita dei nuovi paesi extra-europei, desiderosi di “costruire” gli spazi del potere sarà alla base della chiamata di Jawaharlal Nehru per Chandigarh (similmente a quanto succede a Lucio Costa e Oscar Niemeyer per Brasilia e Luis Kahn per Dacca).

Perfino Wright, considerato da Zevi come modello di “architetto della democrazia”, invia, tramite il figlio, un messaggio a Mussolini nel 1935 durante il XIII Congresso Internazionale di Architettura a Roma nel quale propone al Duce il progetto di Broadacre City – l’utopia insediativa a bassa densità immaginata dal 1932 – come modello per la politica urbanistica del regime. A dimostrazione che la definizione di una committenza schierata e partigiana sia difficile da mantenere di fronte al comportamento reale da parte degli architetti che, al di là dei programmi e delle idee, rimangono sempre professionisti in cerca continua di interlocutori, con le loro contraddizioni e la loro spregiudicatezza.

Grazie per l’attenzione, a presto per il prossimo appuntamento.
Schizzi progettuali di Le Corbusier per Pontinia, 1934

Schizzi progettuali di Le Corbusier per Pontinia, 1934

 

NEWSLETTER VIDEO – Raffaello 1483 – 1520

Con la newsletter settimanale, visto che non siamo riusciti a vedere la mostra insieme e visto che molti di voi non sono riusciti a seguire la lezione online, vi inviamo un video di circa 17 minuti, un po’ tanti per una “pillola“, un po’ pochi per Raffaello
Buona visione, un saluto e a venerdi prossimo!

raffaello

A SPASSO PER L’APPIA ANTICA, LE SUE MERAVIGLIE E CURIOSITA’

La passeggiata lungo il tratto iniziale dell’Appia Antica si è rivelata ricca di aneddoti e curiosità, a corredo della presentazione dei luoghi e dei reperti di maggiore rilievo storico e archeologico.
Prima tappa è stata il complesso termale di Capo di Bove i cui mosaici e la qualità dei materiali da costruzione evocano un ambiente sicuramente sfarzoso che si ritiene appartenuto ad Erode Attico, un funzionario ai tempi di Marco Aurelio.
Procedendo lungo il percorso, peraltro battuto anche ai tempi del ‘grand tour’, è venuto spontaneo chiedere spiegazioni sulla maestria costruttiva delle strade che, come la via Appia, venivano realizzate il più possibile rettilinee per minimizzare le distanze.
Sotto i blocchi di basalto erano presenti diversi strati di materiali compressi ma permeabili per evitare i ristagni d’acqua, così come la forma pavimentale a ‘schiena d’asino’ ne favoriva il deflusso.
Propedeutici a tutto ciò erano gli studi di ingegneria atti a superare ostacoli quali montagne, corsi fluviali e zone paludose.
Anche (o forse soprattutto) i monumenti funerari sono emblematici della società romana, uno per tutti la ‘Tomba dei Rabiri’.
In essa troviamo rappresentati i ritratti a rilievo di due liberti della ‘gens Rabiria’, come si legge dall’iscrizione. Un terzo viene invece aggiunto più tardi e rappresenta Usia Prima ricordata come sacerdotessa di Iside.
Per quanto sopra e per il molto altro ascoltato ringraziamo le nostre guide Matteo Piccioni e Sara Millozzi che ci hanno accompagnato con la consueta competenza e sagacia.

DOMENICA 5 LUGLIO – PASSEGGIATA AL TRAMONTO SULL’APPIA ANTICA

Per un nuovo inizio che è anche un arrivederci abbiamo scelto l’Appia Antica. La regina viarum d’estate al tramonto è uno dei luoghi più belli del mondo e ci sembrava adatta per tornare ad incontrarci.
Sarà una visita diversa da quella che abbiamo fatto un po’ di anni fa perché Sara Millozzi e Matteo Piccioni ci accompagneranno nella passeggiata scambiandosi le voci secondo le loro competenze e le loro corde.
Partiremo da un luogo significativo, l’archivio Cederna, intitolato all’uomo che con la sua pratica civile di denuncia raccolse e prese in carico l’indignazione espressa da Goethe (“Quegli uomini lavoravano per l’eternità, e avevano calcolato tutto meno la ferocia devastatrice di coloro che sono venuti dopo, e innanzi ai quali tutto doveva cedere” ) e portò avanti una battaglia che ci ha conservato questo tesoro nella sua integra bellezza, nonostante gli scempi.
Cammineremo poi verso sud per un paio di chilometri, e alla fine torneremo sui nostri passi, verso la Tomba di Cecilia Metella e il Castrum Caetani proprio lì di fronte, per salutarci con un buon aperitivo presso il Giardino di Giulia, luogo accogliente e riposante.
E siccome volevamo essere certi che non mancasse nulla abbiamo organizzato la visita con la luna piena…
Grazie per l’attenzione.

 

A cura di Sara Millozzi, Matteo Piccioni
Costo: € 8,00
Appuntamento: ore 17:00, Via Appia Antica, 222
Prenotazioni: associazioneartedellamemoria@gmail.com (entro giovedì 2 luglio)

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NEWSLETTER VIDEO – Lo scultore e la modella – Auguste Rodin e Camille Claudel

Nella seconda metà del 2018 lo Studio Campo Boario ospitava un ciclo di quattro bellissime lezioni di Matteo Piccioni dal titolo picassiano “Il pittore e la modella“. L’intento era approfondire il complesso rapporto che lega l’artista alla modella fin da tempi antichissimi ma che nel XIX e XX secolo ha assunto spesso i contorni di passioni tormentate.
Vi riproponiamo oggi una di quelle lezioni, non su un pittore e la sua modella, ma tra uno scultore, Auguste Rodin, e Camille Claudel, sua allieva di grandissimo talento. Forse una delle vicende più paradigmatiche di questo versante della storia dell’arte …

Ecco dunque il link al video nel nostro canale YouTube: lo scultore e la modella

Un saluto e alla prossima newsletter!

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NEWSLETTER D’ARTE – 9 – Intrecci culturali nel tesoro di Sutton Hoo

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Se ne parlava da tempo tra gli abitanti della zona di Woodbridge, nel Suffolk. Dicevano che un tesoro segreto si nascondesse sotto le tombe della necropoli pagana di Sutton Hoo. Quando nel 1938 si iniziò a scavare il tesoro fu trovato davvero. Era all’interno di una nave tirata a secco dal vicino fiume Deben e interrata sotto un tumulo di due metri di terra.  La nave era larga 4,4 metri e lunga 27 e conservava i resti di una camera sepolcrale lignea costruita probabilmente sul ponte. Al suo interno era stato sepolto il corpo di un uomo, sicuramente importante dato il valore del suo corredo funebre. Il ritrovamento di alcuni manufatti con richiami al cristianesimo ha fatto ipotizzare che il defunto potesse essere Redwald, “bretwalda” (capo supremo dei Bretoni) dell’ Anglia orientale, primo re anglosassone ad accogliere il battesimo cristiano. Redwald morì intorno al 624 e fu ricordato per non aver mai scelto un solo paradiso e per aver pregato fino alla morte i propri dei d’origine e il Dio cristiano. Non stupisce dunque se il rito scelto per farsi seppellire sia quello tipico delle culture norrene che del mare avevano fatto la fonte di sostentamento e che vedevano nella nave il mezzo per sopravvivere e il simbolo della propria cultura. E non stupisce che, nello scegliere il rito per la propria morte, Redwald abbia voluto forse lasciarsi aperte più possibilità: non ci sono prove certe della sua cremazione e sappiamo dagli studi che il rito funebre celebrato sulla sua tomba fu probabilmente una versione mitigata rispetto a quelli tradizionali: mancano tracce dei sacrifici animali e umani che costituivano uno dei momenti più tipici dei funerali scandinavi e le cui tracce sono evidenti in altri tumuli della stessa zona sepolcrale. Forse una concessione alla sua nuova fede.

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Il ricchissimo corredo funebre ci racconta di un capo guerriero, seppellito con l’elmo, lo scudo, la spada e i suoi gioielli da parata, tutti realizzati in modo sapiente da una bottega orafa legata alla  tradizione scandinava, sia per la tecnica sia per il repertorio decorativo di chiara origine germanica. Ma il defunto aveva bisogno anche di oggetti di uso quotidiano nel suo viaggio verso l’aldilà e per provvedere a questo  furono lasciati sulla nave scodelle, piatti, mestoli e cucchiai d’argento che provengono invece da botteghe del Mediterraneo orientale. Due culture che s’incontrano nella tomba di un re barbaro e pagano: quella nordica arrivata in Inghilterra con la conquista degli Anglosassoni, e quella  classica mediata prima dalla conquista romana e poi dai traffici commerciali.
Tra gli oggetti rinvenuti ciò che meglio simbolizza questo dialogo culturale è sicuramente il motivo decorativo a intreccio che ricorre pervasivo sulle fibule, sugli elementi metallici dello scudo e sull’elmo e che, pur utilizzando un repertorio di forme appartenenti al mondo germanico, non può non richiamare alla mente i meandri continui dell’arte mediterranea e orientale. In questi elementi si rintracciano forme animali che hanno perso l’aspetto naturalistico e si sono trasformate in elementi astratti, scomposti e rimodellati per essere adattati alle superfici che riempiono senza interruzione.  La natura sublimata e ricomposta attraverso la decorazione.

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Un  labirinto ipnotico, quello creato dall’intreccio metallico, che ne richiama un altro, quello delle pagine miniate dei coevi codici irlandesi, scozzesi e inglesi a sancire il passaggio del linguaggio decorativo dalla superficie metallica a quella più ampia e morbida della pergamena. Nelle pagine cosiddette “a tappeto” degli straordinari Evangeliari di Durrow, di Lindisfarne e di Kells l’intreccio diventa un elemento metamorfico dal movimento inarrestabile e quasi fluido, satura le iniziali delle pagine e trasforma la scrittura in qualcos’altro, non più simbolo da leggere ma da ammirare.
Salvati dalle razzie norrene, molti di questi codici insulari lasciarono poi le terre d’origine e andarono a riempire le biblioteche monastiche di tutta Europa. E lì, negli scriptoria, le loro decorazioni a intreccio geometrico e lo stile animalistico della cultura nordica incontrarono i nuovi linguaggi decorativi dell’arte carolingia e dell’eredità classica recuperata, innestandosi fra loro e dando vita a nuovi linguaggi.
Così, gli intrecci del corredo funebre di Sutton Hoo diventano il filo rosso di un dialogo tra due mondi soltanto in apparenza distanti: il bagaglio culturale di un mondo pagano, fatto di credenze animistiche e popolato da mostri e creature fantastiche, si sposta all’interno dell’universo cristiano.  Ma il suo percorso di contaminazione non si fermerà perché, dopo aver incontrato e accolto la tradizione naturalistica, l’intreccio delle pagine miniate andrà a fecondare quello lapideo dell’arte romanica.
La tomba a forma di nave di un re barbaro ci racconta la nostra storia, quella di un dialogo millenario e ininterrotto tra culture diverse, fatto di movimenti di popoli e di merci, di migrazioni di simboli e significati, in uno scambio e in un dialoga dal flusso continuo e inarrestabile.
Grazie per l’attenzione, a presto con il prossimo appuntamento.